Per favore. Taci. Mentre. Stiamo. Scopando.

Muto teatrale



Eccomi qui, dritta davanti a te.
Non ho niente da nascondere, tranne l'incresparsi del mio labbro superiore quando ti volti e non mi guardi [nausea]. Vorrebbe essere un sorriso di quelli affissi a un'espressione murata. Una crepa.
...Una ruga...
Ti dico sono qui, [e rilassa i muscoli del ventre a simulare un corpo gravido].
Dici che sono vuota, ma non guardarmi con quegli occhi.
Non guardarmi con quegli occhi! [grida]
Eccomi, in equilibrio sui miei piedi. Sto muovendo i primi passi, o gli ultimi? Non ho mai capito che si poteva correre. [corre in cerchio]
[si ferma]
Sono una donna.
Potrei essere la tua donna, o la donna di un altro. Le femministe vorrebbero sentir dire la donna di nessuno, ma non fa per me, nessuna donna basta a se stessa.
Fanculo, la vita va mangiata con qualcuno! Ho divorato tanti cuori e ogni volta avevo ancora fame.
Se mi tocchi tra le cosce, mi sentirai umida come dopo aver pianto. Piango tra le cosce, io.
E ho gli occhi asciutti come due bottoni d'osso.
Ti piace quando piango... ti svuoti dentro di me e mi schiaffeggi come fossi la tua dipendente. Ma io non ti sento, non ti conosco. Ti sei mai chiesto cosa fai mentre mi scopi? ti sei mai sentito nel corpo di un nemico? Tu vieni a svuotare il tuo mondo nel mio, ed io non ti accolgo, ti butto appena te ne vai.
Fiuti il mio odore, ti piace, lo so.
Annusi l'eccitazione.
Affiora dalla mia carne pulita qualcosa di sporco.
Carne pulita.
Bianca. Inespressiva. Inodore.
[si stringe in se stessa]
Cresci e cresci e non esplodi mai, ed io ti divoro attraverso me e sei lontano, diverso, estraneo. Guarda le stelle come non si toccano e non si conoscono, e bruciano ognuna per se stessa. L'idrogeno è nocivo, l'idrogeno brucia, l'idrogeno esaurisce. Ti guardo da lontano e lentamente soffoco.

GlamO'drama #5



Robert Smith che canta Picture of you e l’universo che impazzisce con me dentro, come un gatto imprigionato in una lavatrice accesa muore nel suo piccolo uragano elettrico, ed io che dimentico di preparare il pranzo e rimango a cantare con gli occhi immotivatamente lucidi e le cosce scomposte in modo plastico. Succhio gambi di sedano ed è già pomeriggio, cazzo, identico a ieri, ed io ho sete di immortalità.

E stasera esco con un uomo diverso, e lo so che tra capelli e trucco e foto per immortalare i miei vent’anni non riuscirò a combinare niente. Rimpiango il liceo meticolosamente scandito 8.30 – 14.30: Le notti ed i giorni si somigliano, sbiadiscono gli uni negli altri senza definirsi mai e passano a miglior vita come morti bianche.


Quello di stasera è un avvocato basso dal culo carnoso, mi passa a prendere in macchina e mi porta in un appartamento noleggiato traboccante di specchi che sembra vogliano rubarmi l’anima e lasciarmi vuota come la scorza secca di un’arancia. Stasera mi sento impietosa. Lui si inginocchia e blatera parole che non ricordo e supplica ansima si piega come un verme: ed io lo so che gode e che vorrebbe che fossi sua, soltanto sua, nient’altro che sua e lo riempio di calci, il verme, calci ben assestati nel suo ventre poco sodo, e mi tolgo gli stivali per picchiarlo meglio, e striscia davanti a me col sesso umile e turgido, e vorrei che implodesse, che si contorcesse fino a spezzarsi. Il punto è che il mio disprezzo corrode solo me e tutto ciò che ho intorno gira gira e gira nel proprio senso ignorando il mio, e mi sento anche io un piccolo insetto impotente, e non posso ammazzare questa larva dal cazzo inesistente che mi lascia 200 euro sul comodino della stanza e se ne va, ed io già non ascolto più quello che dice mentre si riveste e abbandona la scena come un granchio dopo aver baciato i miei stivali e poi il pavimento ed il bicchiere sporco di rossetto Rouge lacca che mi riempie sempre di tristezza, come una vecchia diva che guarda foto sbiadite della giovinezza.
Apro il frigorifero e bevo del Crystal lasciato lì dal verme. Alcune gocce rigano il mio mento e cadono sul corpetto, lentamente, macchiandolo.
Mi affaccio al balcone e vedo il cielo incerto, grigio smorto, su uno scorcio di città che non mi appartiene, e mi mancano i profili conosciuti adagiati davanti alla mia finestra che non guardo mai ma ci sono sempre, un po’ come i nonni, quando stanno male e ti rendi conto che non gli hai mai detto ti voglio bene.
E questo cielo pesa, nessuna nuvola intacca nessun colore, e sembra l’acquerello pallido di un pittore respinto, che affoga i sentimenti sulla tela opaca e dipinge col petrolio che mi cola addosso.
Torno a casa relativamente presto, mi districo tra le strade pensierosa e svelta mentre la luna alta e sorniona ondeggia dietro i palazzi che circondano il laghetto. Sull’autobus i ragazzi per bene in felpa Guess e pantaloni necessariamente D&G vorrebbero non guardarmi dall’alto dei loro futuri preimpostati ed invece lo fanno perché la ragazzina a fianco probabilmente scopa come mia nonna e puoi scavare un buco nella sabbia umida, è lo stesso, e gli uomini sono animali e le donne sono animali insicuri e non va bene. Ed io li vedo questi protodirigenti a farsi sodomizzare da trans folcloristici e troie datate e venire fino a morirne e poi tornare dalla nel frattempo mogliettina che continua a scopare come mia nonna, solo ogni week end perché in settimana lavora. Questa tristezza mi diverte, e mi distoglie dagli immigrati senza la poesia dei Modena City Ramblers che dal fondo dell'autobus mi lanciano occhiate e li senti puzzare carichi di sesso, e piscio, e sudore e vorrei quasi morire perché la tristezza prima amaramente diverte e poi contagia ed è tutto troppo simile ad una macelleria, invece è il mondo che ti divora, che è sempre affamato e puzza, si decompone, brilla e si trascina ed io con lui, tentando di scappare.
Non ricordo più quand’è stata l’ultima volta che ho tentato di cambiare il mondo.
La città è illuminata come un presepe ateo, e mi va bene così.

Intermezzo lirico #


La verità è che vorrei andarmene lontano come i cani quando stanno male. Lontano, in un campo dall’erba alta perché nessuno mi ritrovi. Immagino di accasciarmi sulle ginocchia, tra le sterpaglie, di non preoccuparmi più delle bottiglie rotte, delle spranghe, degli aghi che mi rigano i collant: scomparire piano, come se veramente fossi abituata a scoparire tutti i giorni.
La verità è che non so dove andare. Chi sa dove andare?
Ahah, stronzi.
La verità è che gli occhi sono le finestre murate di una prigione che mi tiene volta all’interno. Come gli antichi ginecei senza finestre sulla strada. Raggomitolarmi tutta intorno al mio sguardo, affinche mi rivolga qualche lacrima. Solo per me. Tutta stretta intorno al volto come una sciarpa, come una mamma, come l’infanzia.
Adolf Hitler aveva una cadenza molto musicale, nel XXI secolo sarebbe diventato una rockstar.

just a selfportrait

'Cause everything is a drug.
Sex.
Violence.
Sushi.
Pain.
Everything is a drug.
Everything is a drug.
Everything is a drug.
Everything is a drug.
Sickness.
Glamour.
Everything is a drug.
Epidemic is a drug.
Ugly bitch in your brain is a drug.
In your brain.
Brain.
Drug.
Everything is a drug.
Lagerfeld.
Vomit.
Shopping.
You.
I shall fuck you like a drug.