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GlamO'drama #7


Svegliarsi accanto a te.
Il letto è freddo. È un mattino di Marzo. Che graffia. La notte non ha lasciato profumi. Un battito d’ali s’accascia. Si bagna. E bacio una coscia del tuo corpo anemico.
Vorrei… vorrei… affondare le mani nel tuo amore dischiuso per me, come un fiore, grande, che svuoto. Lascio scivolare via la tenerezza di ogni volta che corri a leccare le mie ferite e allargo la cassa toracica per rientrare in questo Corpo non mio. Più umano.
Chiudi gli occhi. Non fissarmi.

Svegliarsi accanto a lui.
Voglio una carta assorbente che s’impregni della mia rabbia.
E ti bacio tra le cosce e non voglio che te ne vai. Voglio massacrarti a mani nude e leccare il sangue caldo non coagulato che scivola via dal dorso della mia mano. Voglio tamponarti la piaga con la mia rabbia. Come Atropo recidi il mio filo. Disintegrando legami mai nati, mai spenti. Sognati. Piccolo sfregio sul lato sinistro del petto. Il morbo corrode le vene. E brucia. S'appiglia, s’impiglia alle fiamme. E brucia. Consumo il mio corpo e latente ragione evapora piano. Come Atropo recidi il mio filo. L’ultimo appiglio alla crosta del cuore.
Vaffanculo.
M’hai reso una cagna perfetta. Iniziata al distacco aprendo le cosce mi lascio cadere. Nel buio del mio stesso corpo. Inseguo qualcosa di vergine per non soffocare. Che sia un organo, un liquido, un osso. Se potessi tagliarmi le mani, asportar la vagina e cavare questi occhi. Per affievolire ricordi e speranze. Per deporre nella pietra passioni. Crocifisse al tuo albero gelido. Al tuo cazzo trionfante.

Mi sento terribilmente sporca.

GlamO'drama # quanto ero emo da ragazzina


Tramortisco l’incostanza del mi tenero cuore mortificato da lacci bondage tessuti a prigione di carne, affinché mai, mai mi liberassi dalle tue piccole mani bianche. Il cielo nero schiaccia la cassa toracica nella quale sono sepolta. Graviti in questo cielo come gas tossico e m’impregni il fegato gonfio e i bronchi e lo stomaco, confluendo nel cervello in flussi d’allucinazione. Sventrare t’ispira sesso o massacro? Mi sezioni con perfezione chirurgica e poi componi i pezzi in nuove forme: la proiezione del desiderio è un prisma organico che non mi somiglia e scopi con violenza. Sei un uomo o una donna? La mia febbre vomita anatomie corrotte. Il tuo nome è ghiaccio sul mio seno. Il tuo nome è una pistola nella mia gola. Gli angeli sanno e mi additano dai loro palchi. Premi il tuo cazzo su di me, mentre m’abbracci non teneramente. Il tuo cazzo è la pistola nella mia gola. M’hai rubato dall’altare e io t’ho seguito. M’hai indicato il dolore e io l’ho leccato. Nell’angolo della mia cella a cosce chiuse cullo la tua assenza. Only theatre of pain a ripetizione. I’m so tired…
Amami o premi il grilletto.

Esattamente un anno fa, scrivevo...


Io non lo so perchè. Mi sveglio stamattina e voglio il tuo cazzo tra le labbra come una dose di anfetamine abbondante nel mio portapillole Hello Kitty. Voglio leccarti fino a quando - O mio Dio - fino a quando muori, o muoio, o chissenefrega dimmi che vuoi che continui per sempre, dimmi che vuoi che mi uccida per sempre. Tu che apri le cosce scivolando nella poltrona e premi la mia testa sul tuo cazzo mentre ti succhio. Sempre più dentro. Sempre di più, di più. Scopami l'anima, il cuore. Affogare tra le tue cosce aperte...
Mi inginocchio davanti a te - piccola gatta - timidamente cercando il piccolo buchino vergine di quel culo con la punta della lingua, e vorrei avere corolle di labbra per ogni centimetro di te, voglio tutto, ascoltami, tutto. L'hai sempre saputo che non sono fatta per le mezze misure.
Per favore. Taci. Mentre. Stiamo. Scopando.

GlamO'drama #5



Robert Smith che canta Picture of you e l’universo che impazzisce con me dentro, come un gatto imprigionato in una lavatrice accesa muore nel suo piccolo uragano elettrico, ed io che dimentico di preparare il pranzo e rimango a cantare con gli occhi immotivatamente lucidi e le cosce scomposte in modo plastico. Succhio gambi di sedano ed è già pomeriggio, cazzo, identico a ieri, ed io ho sete di immortalità.

E stasera esco con un uomo diverso, e lo so che tra capelli e trucco e foto per immortalare i miei vent’anni non riuscirò a combinare niente. Rimpiango il liceo meticolosamente scandito 8.30 – 14.30: Le notti ed i giorni si somigliano, sbiadiscono gli uni negli altri senza definirsi mai e passano a miglior vita come morti bianche.


Quello di stasera è un avvocato basso dal culo carnoso, mi passa a prendere in macchina e mi porta in un appartamento noleggiato traboccante di specchi che sembra vogliano rubarmi l’anima e lasciarmi vuota come la scorza secca di un’arancia. Stasera mi sento impietosa. Lui si inginocchia e blatera parole che non ricordo e supplica ansima si piega come un verme: ed io lo so che gode e che vorrebbe che fossi sua, soltanto sua, nient’altro che sua e lo riempio di calci, il verme, calci ben assestati nel suo ventre poco sodo, e mi tolgo gli stivali per picchiarlo meglio, e striscia davanti a me col sesso umile e turgido, e vorrei che implodesse, che si contorcesse fino a spezzarsi. Il punto è che il mio disprezzo corrode solo me e tutto ciò che ho intorno gira gira e gira nel proprio senso ignorando il mio, e mi sento anche io un piccolo insetto impotente, e non posso ammazzare questa larva dal cazzo inesistente che mi lascia 200 euro sul comodino della stanza e se ne va, ed io già non ascolto più quello che dice mentre si riveste e abbandona la scena come un granchio dopo aver baciato i miei stivali e poi il pavimento ed il bicchiere sporco di rossetto Rouge lacca che mi riempie sempre di tristezza, come una vecchia diva che guarda foto sbiadite della giovinezza.
Apro il frigorifero e bevo del Crystal lasciato lì dal verme. Alcune gocce rigano il mio mento e cadono sul corpetto, lentamente, macchiandolo.
Mi affaccio al balcone e vedo il cielo incerto, grigio smorto, su uno scorcio di città che non mi appartiene, e mi mancano i profili conosciuti adagiati davanti alla mia finestra che non guardo mai ma ci sono sempre, un po’ come i nonni, quando stanno male e ti rendi conto che non gli hai mai detto ti voglio bene.
E questo cielo pesa, nessuna nuvola intacca nessun colore, e sembra l’acquerello pallido di un pittore respinto, che affoga i sentimenti sulla tela opaca e dipinge col petrolio che mi cola addosso.
Torno a casa relativamente presto, mi districo tra le strade pensierosa e svelta mentre la luna alta e sorniona ondeggia dietro i palazzi che circondano il laghetto. Sull’autobus i ragazzi per bene in felpa Guess e pantaloni necessariamente D&G vorrebbero non guardarmi dall’alto dei loro futuri preimpostati ed invece lo fanno perché la ragazzina a fianco probabilmente scopa come mia nonna e puoi scavare un buco nella sabbia umida, è lo stesso, e gli uomini sono animali e le donne sono animali insicuri e non va bene. Ed io li vedo questi protodirigenti a farsi sodomizzare da trans folcloristici e troie datate e venire fino a morirne e poi tornare dalla nel frattempo mogliettina che continua a scopare come mia nonna, solo ogni week end perché in settimana lavora. Questa tristezza mi diverte, e mi distoglie dagli immigrati senza la poesia dei Modena City Ramblers che dal fondo dell'autobus mi lanciano occhiate e li senti puzzare carichi di sesso, e piscio, e sudore e vorrei quasi morire perché la tristezza prima amaramente diverte e poi contagia ed è tutto troppo simile ad una macelleria, invece è il mondo che ti divora, che è sempre affamato e puzza, si decompone, brilla e si trascina ed io con lui, tentando di scappare.
Non ricordo più quand’è stata l’ultima volta che ho tentato di cambiare il mondo.
La città è illuminata come un presepe ateo, e mi va bene così.

GlamO'drama #1


Le cose vanno e vengono, nel lasso di tempo che basta appena a farci rendere conto della loro venuta. Nel momento in cui scrivo, un amico conosciuto da mezz’ora mi chiede perché piango. Farfuglio poche cose e penso che stanotte stringerò me stessa ancora più forte, ancora più sola e ancora più forte, ma va bene così.
E poi stanotte il buio è meraviglioso. L’aria, stordita dalla luce dei lampioni, è carica di umidità, e assume una consistenza ovattata. Il tempo sta cambiando, l’autunno è arrivato improvvisamente, gravido di pioggia.
Spengo il cellulare , ok, mi ripeto, va bene così, va bene così. Un tantra. Va fottutamente bene così. Bestemmia. Cazzo.
Nel frattempo voglio PurePoison, e mi sento l’eroina di un’epoca. Maria Antonietta, Lou Salomè, Sylvia Plath, io. La mia vanità si cristallizza in qualche attimo, poi mi sento inutile.
Non sono più Sylvia Plath, Lou Salomè, Maria Antonietta. Sono la vita di F. che si è persa F. lungo una passeggiata e se ne va in giro senza faccia, senza identità.

E mia madre torna a casa e mi urla contro in ordine sparso parassita rovina nullafacente cattiva persona mostro. Come tutti i pomeriggi.
Dico vaffanculo mamma, potevi pensarci due volte prima di cagarmi fuori dal quel buco molle e lasciarmi qua, senza madre, senza padre, senza un cazzo di nessuno a cercare di crescere senza storcermi troppo e cadere non proprio nel fondo ogni volta. Dico vaffanculo brutta troia, scopa con criterio. Sono bulimica, mamma, e scopo ogni volta con uno diverso, mamma. E bevo birra chiara dopo ogni pompino, mamma. E sono ingrassata, non mi entrano i vestiti di latex, chi mi riaccompagnerà a casa stasera? Nessuno mi riporterà a casa stasera. Sono brutta, dici, truccata così? E tu che ne sai? Che cazzo ne sai dall’alto della tua sapienza materna, stronza. Piango che cazzo ne sai. Stronza. Mi lasci qui senza madre a cercare di crescere senza dare troppo nell’occhio. Senza nessuno. Ti sei lasciata scopare per partorirmi e crescermi a odio. Rovino le tue immagini da casa moderna e famiglia Barilla e così tu mi sputi addosso veleno ogni volta, leggermente lontana dai tuoi parametri Happiness poesie clericali mi spiace tanto la vita è bellissima. Però sono bravissima a fare i pompini, mamma, lo sai? Un vero talento. Sono bravissima a vomitare la cena e poi il pranzo e poi ancora la cena. L’importante è pulire il cesso appena finito. Cesso pulito per gli ospiti.


Annullarsi. Distruggere questa persona decisamente non voluta e un poco fragile che annaspa per non affogare. Se fosse per bene faresti del mio culo un business. Ma tu sei una donna per bene.

Stasera mi faccio scopare con forza da un attore di teatro davanti allo specchio grande del suo appartamento in centro. Ho bisogno di bruciare calorie e febbre e rabbia e me stessa. Principalmente me stessa. Lo specchio è ampio, proprio di fronte al letto molto jap stile accanto al quale è poggiata la statua di una dea indiana dalle molteplici braccia su cui poso uno alla volta i miei vestiti. La dea indiana sorregge il mio reggiseno dalle coppe vuote come due uteri tristi. Mi spoglio con la tranquillità di chi è abituata a spogliarsi e quasi mi sento un po’ vecchia.

Neoromanticherie #1



Ogni volta che voglio fare del male ad un uomo dico che abbiamo fatto l'amore, anche se lo so io per prima che abbiamo solo scopato.
Cazzo, solo un pompino si può fare con amore, o una torta.
Nessuno è attento a certe delicatezze, sono tutti presi ad amarsi e a fare l'amore. Bla.Bla.Bla.
A fottersi così tanto che se una donna ti tiene le labbra sull'uccello hai il cervello troppo pieno di stronzate per capire che in fondo, ma manco troppo, è un bacio.

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I baci rimangono appiccicati addosso come le macchie sul mio vestito di seta rosa pallido.
Se provi a lavarlo, fanculo, si raggrizinsce come una prugna secca. Devi tenertelo così, sporco, se ti dice bene con un alone leggermente opaco che puoi dire sempre di non aver mai notato. La macchia che prima non c'era.
Puoi sempre mentire.

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se avessi il tasto REW ti parlerei a cuore aperto. Il mio cuore sono le mie cosce. La mia bocca tu non la conosci.